Scrive Miriam Mafai su Repubblica del rapido dietro-front di Tremonti sul taglio di 130 milioni di euro alle scuole cattoliche, trasformato in un più generoso stanziamento a favore delle stesse. Dove si richiedevano fondi per la messa a norma delle scuole pubbliche si è detto no. Al Vaticano, un pronto sì.
La Mafai ricorda che l'articolo 33 della nostra Costituzione, ancora in vigore, afferma che "enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato".
In un breve excursus sulla questione delle scuole cattoliche, ricorda che nel lontano 1964 un governo presieduto da Aldo Moro, venne battuto alla Camera e messo in crisi proprio per aver proposto un modesto finanziamento alle scuole materne private. Ricorda anche che furono il governo D'Alema e il suo ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer a volere, e far approvare, una legge sulla parità scolastica che prevede il finanziamento alle scuole private paritarie. Ed ecco che oggi Maria Pia Garavaglia, ministro dell'istruzione del governo ombra del Pd, e Antonio Rusconi, capogruppo del Pd in Commissione Istruzione al Senato hanno subito e con calore dichiarato di apprezzare le rassicurazioni fornite, a nome di Tremonti, dal sottosegretario Vegas. Chiedono inoltre che vengano garantiti pari diritti agli studenti e alle famiglie.
Evidentemente il Pd la pensa come il presidente della Federazione delle scuole cattoliche secondo il quale l’ostacolo al bonus per le scuole cattoliche è nell'articolo 33 della Costituzione.
Io non credo sia in discussione la validità e il ruolo di molte scuole cattoliche; molte famiglie si affidano alla scuola cattolica non tanto per una scelta religiosa ma sulla base del prestigio e delle garanzie che essa offre in molte situazioni. Eliminerei ogni forma di bonus a favore della gratuità dei libri di testo per ogni scuola della repubblica, e chiederei al Vaticano di pagarsi i suoi insegnanti di religione.
sabato 6 dicembre 2008
mercoledì 19 novembre 2008
Il rapporto EURISPES-Telefono Azzurro
L'identikit dei ragazzi tra i 7 e i 17 anni occupa un considerevole numero di pagine e necessiterebbe un'attenta lettura. Qui mi limito a segnalare e riassumere alcuni passi significativi (in corsivo le parti copiate e incollate), considerando il rapporto dei giovani e giovanissimi con le nuove tecnologie, con il gruppo, con la nuova povertà sociale, la scuola, i luoghi di aggregazione.
Gap generazionale e tecnologico - Secondo il rapporto, costruito con circa 6.000 interviste a bambini e ragazzi di età compresa tra i 7 e i 19 anni, gli adulti , e tra essi segnatamente le mamme, vengono però sempre più spesso percepiti dai giovani come disinformati soprattutto riguardo Internet e computer.
Cellulari e computer - Quanti non possiedono un cellulare rappresentano ormai una sparuta minoranza e che tre ragazzi su dieci lo usano per più di 4 ore al giorno. Il 26,5% naviga fino ad un’ora al giorno, il 22,5% da 1 a 2 ore, il 16,5% da 2 a 4 ore e il 12,9% per più di 4 ore al giorno.
L’utilizzo più diffuso di Internet fra gli adolescenti concerne la ricerca di informazioni.
Sono tuttavia estremamente diffusi il download di musica, film, giochi o video (72,5%) e la fruizione di filmati su Youtube (69%). Sette adolescenti su dieci fanno nuove conoscenze oppure coltivano quelle preesistenti in chat.
I gruppi assumono sempre più un carattere virtuale: chat, gruppi, forum, Instant Messaging, Social Network ma anche siti tematici. I siti di SN (come Facebook) rappresentano una “piazza virtuale” molto frequentata per le interazioni sociali, dal semplice gioco di ruolo, allo scambio di opinioni, fino all’instaurazione di conoscenze virtuali che originano incontri reali.
Nel 2007 (dati Istat) le famiglie con almeno un figlio minorenne hanno fatto registrare le più alte percentuali di possesso di pc e accesso ad Internet (rispettivamente nel 71,2% e nel 55,7% dei casi) con valori molto più elevati rispetto alla media nazionale .
Competenza informatica - L’84% degli intervistati conosce MSN e il 71% lo usa. Il 92% lo utilizza a casa e il 28% sul luogo di lavoro. Un’indagine Eurostat del 2007 rileva che appena 55 ragazzi su 100, tra i 16 e i 24 anni, utilizzano Internet almeno una volta alla settimana. Gli unici paesi dell’Unione europea che ci seguono sono la Bulgaria, la Grecia e Malta. Simile la situazione relativa alle competenze informatiche di livello superiore: solo un giovane italiano su tre può considerarsi esperto nella gestione di file o account e solo 8 su 100 si sono cimentati in “acquisti elettronici”. Inoltre, nel resto d’Europa, i ragazzi fra 16 e 24 anni che comprano beni e servizi su Internet sono almeno il triplo.
Le nuove tecnologie, dunque, sono patrimonio dei giovani, ma non dei giovanissimi.
Molestie in rete - L’11,5% degli adolescenti che abbiamo intervistato è stato molestato o comunque ha dichiarato di aver ricevuto proposte oscene da un coetaneo; nel 7,7% dei casi l’autore delle molestie era invece un adulto conosciuto online.
Le caratteristiche della Rete sono dunque contraddittorie. Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell’incontro, dall’altro rischia di essere un luogo di solitudine.
La si potrebbe definire Una solitudine troppo rumorosa, come quella del titolo di un romanzo di Hrabal . Consapevoli del fatto che i propri genitori non capiscono bene o non conoscono l’utilizzo di Internet, i giovani trovano in esso uno spazio “a prova di adulto”. A conferma di ciò, numerose ricerche hanno evidenziato un controllo scarso e occasionale da parte dei genitori sulle abitudini multimediali dei propri figli; inoltre l’attenzione è maggiormente concentrata sui bambini piuttosto che sugli adolescenti.
La famiglia italiana del III millennio - Nel 2007, secondo l’Istat, le principali tipologie familiari sono: coppie con figli (39%), persone sole (26%), coppie senza figli (20%), genitore solo con figli (8%).
Povertà - L’Italia è tra i Paesi Ue in cui è più alta la percentuale di bambini che vivono in condizioni di precarietà (25%). Mentre in Europa è povero un bambino su cinque (19%), in Italia è a rischio uno su quattro.
Questi bambini possono essere definiti “nuovi poveri” perché, a differenza di quelli che patiscono la fame o a cui è privato il diritto alla vita, alla famiglia, alla salute e all’istruzione, precipitano, improvvisamente, in uno status diverso rispetto a quello in cui sono cresciuti e a cui sono abituati. Ma spesso a mancare sono proprio i beni primari oltre che quelli voluttuari.
La scuola - Nel nostro sistema scolastico si contano 40.000 “dispersi” ogni anno. Riguardo agli alunni non ammessi all’anno successivo nell’anno scolastico 2006/2007, la quota corrisponde al 3,2% nella scuola secondaria di I grado e ad un ben più elevato 14,2% nella scuola secondaria di II grado. Gli scrutini del 2008 relativi alla scuola secondaria di II grado confermano un record di debiti formativi in matematica: riguardano il 45,7% degli studenti, con un incremento del 2,6% rispetto al 2007.
Per gli studenti non italiani, il 42,5% è in ritardo scolastico, a fronte di un ben più contenuto 11,6% degli alunni con cittadinanza italiana. La percentuale è più elevata all’innalzarsi dell’età dei soggetti. Nella scuola secondaria di I grado il tasso di insuccesso per i ragazzi con cittadinanza italiana è molto contenuto (2,7%), mentre per quelli con cittadinanza non italiana si avvicina al 10%.
Gap generazionale e tecnologico - Secondo il rapporto, costruito con circa 6.000 interviste a bambini e ragazzi di età compresa tra i 7 e i 19 anni, gli adulti , e tra essi segnatamente le mamme, vengono però sempre più spesso percepiti dai giovani come disinformati soprattutto riguardo Internet e computer.
Cellulari e computer - Quanti non possiedono un cellulare rappresentano ormai una sparuta minoranza e che tre ragazzi su dieci lo usano per più di 4 ore al giorno. Il 26,5% naviga fino ad un’ora al giorno, il 22,5% da 1 a 2 ore, il 16,5% da 2 a 4 ore e il 12,9% per più di 4 ore al giorno.
L’utilizzo più diffuso di Internet fra gli adolescenti concerne la ricerca di informazioni.
Sono tuttavia estremamente diffusi il download di musica, film, giochi o video (72,5%) e la fruizione di filmati su Youtube (69%). Sette adolescenti su dieci fanno nuove conoscenze oppure coltivano quelle preesistenti in chat.
I gruppi assumono sempre più un carattere virtuale: chat, gruppi, forum, Instant Messaging, Social Network ma anche siti tematici. I siti di SN (come Facebook) rappresentano una “piazza virtuale” molto frequentata per le interazioni sociali, dal semplice gioco di ruolo, allo scambio di opinioni, fino all’instaurazione di conoscenze virtuali che originano incontri reali.
Nel 2007 (dati Istat) le famiglie con almeno un figlio minorenne hanno fatto registrare le più alte percentuali di possesso di pc e accesso ad Internet (rispettivamente nel 71,2% e nel 55,7% dei casi) con valori molto più elevati rispetto alla media nazionale .
Competenza informatica - L’84% degli intervistati conosce MSN e il 71% lo usa. Il 92% lo utilizza a casa e il 28% sul luogo di lavoro. Un’indagine Eurostat del 2007 rileva che appena 55 ragazzi su 100, tra i 16 e i 24 anni, utilizzano Internet almeno una volta alla settimana. Gli unici paesi dell’Unione europea che ci seguono sono la Bulgaria, la Grecia e Malta. Simile la situazione relativa alle competenze informatiche di livello superiore: solo un giovane italiano su tre può considerarsi esperto nella gestione di file o account e solo 8 su 100 si sono cimentati in “acquisti elettronici”. Inoltre, nel resto d’Europa, i ragazzi fra 16 e 24 anni che comprano beni e servizi su Internet sono almeno il triplo.
Le nuove tecnologie, dunque, sono patrimonio dei giovani, ma non dei giovanissimi.
Molestie in rete - L’11,5% degli adolescenti che abbiamo intervistato è stato molestato o comunque ha dichiarato di aver ricevuto proposte oscene da un coetaneo; nel 7,7% dei casi l’autore delle molestie era invece un adulto conosciuto online.
Le caratteristiche della Rete sono dunque contraddittorie. Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell’incontro, dall’altro rischia di essere un luogo di solitudine.
La si potrebbe definire Una solitudine troppo rumorosa, come quella del titolo di un romanzo di Hrabal . Consapevoli del fatto che i propri genitori non capiscono bene o non conoscono l’utilizzo di Internet, i giovani trovano in esso uno spazio “a prova di adulto”. A conferma di ciò, numerose ricerche hanno evidenziato un controllo scarso e occasionale da parte dei genitori sulle abitudini multimediali dei propri figli; inoltre l’attenzione è maggiormente concentrata sui bambini piuttosto che sugli adolescenti.
La famiglia italiana del III millennio - Nel 2007, secondo l’Istat, le principali tipologie familiari sono: coppie con figli (39%), persone sole (26%), coppie senza figli (20%), genitore solo con figli (8%).
Povertà - L’Italia è tra i Paesi Ue in cui è più alta la percentuale di bambini che vivono in condizioni di precarietà (25%). Mentre in Europa è povero un bambino su cinque (19%), in Italia è a rischio uno su quattro.
Questi bambini possono essere definiti “nuovi poveri” perché, a differenza di quelli che patiscono la fame o a cui è privato il diritto alla vita, alla famiglia, alla salute e all’istruzione, precipitano, improvvisamente, in uno status diverso rispetto a quello in cui sono cresciuti e a cui sono abituati. Ma spesso a mancare sono proprio i beni primari oltre che quelli voluttuari.
La scuola - Nel nostro sistema scolastico si contano 40.000 “dispersi” ogni anno. Riguardo agli alunni non ammessi all’anno successivo nell’anno scolastico 2006/2007, la quota corrisponde al 3,2% nella scuola secondaria di I grado e ad un ben più elevato 14,2% nella scuola secondaria di II grado. Gli scrutini del 2008 relativi alla scuola secondaria di II grado confermano un record di debiti formativi in matematica: riguardano il 45,7% degli studenti, con un incremento del 2,6% rispetto al 2007.
Per gli studenti non italiani, il 42,5% è in ritardo scolastico, a fronte di un ben più contenuto 11,6% degli alunni con cittadinanza italiana. La percentuale è più elevata all’innalzarsi dell’età dei soggetti. Nella scuola secondaria di I grado il tasso di insuccesso per i ragazzi con cittadinanza italiana è molto contenuto (2,7%), mentre per quelli con cittadinanza non italiana si avvicina al 10%.
giovedì 13 novembre 2008
La didattica della Scienza
Sono stata ieri a un gruppo di lavoro sulla didattica della scienza, al quale intendo partecipare assiduamente perché improntato a linee guida che condivido pienamente: la pratica sperimentale continua, il laboratorio fatto con materiali poveri, l’osservazione dei fenomeni scientifici nella loro quotidianità.
Sono gli stessi intenti di manifestazioni come Scienza Under18.
Si parla sempre di metodo scientifico, ma poi di fatto troppi docenti si sottraggono alla necessità di sperimentare con motivazioni tra le quali la più frequente è: “In laboratorio non ci sono attrezzature”. Servono un paio di microscopi, un po’di vetreria, bilance e dinamometri, ma il resto, soprattutto nella scuola dell’obbligo, lo si trova in un qualsiasi supermercato.
Sono gli stessi intenti di manifestazioni come Scienza Under18.
Si parla sempre di metodo scientifico, ma poi di fatto troppi docenti si sottraggono alla necessità di sperimentare con motivazioni tra le quali la più frequente è: “In laboratorio non ci sono attrezzature”. Servono un paio di microscopi, un po’di vetreria, bilance e dinamometri, ma il resto, soprattutto nella scuola dell’obbligo, lo si trova in un qualsiasi supermercato.
lunedì 10 novembre 2008
Nichilismo giovanile
Ho letto su Repubblica di sabato l'intervista di Luciana Sica a Pietropolli Charmet. La destra vorrebbe portare nelle aule un clima di minaccia con la reintroduzione del voto definito mortificante dallo psichiatra, segnatamente quello di condotta. La destra osanna la semplificazione contrapponendola al culto di sinistra della complessità. Si accusa la scuola perché incapace di costruire una quotidianità fondata sulla relazione e la passione per la conoscenza, e non si vede nessun progetto culturale di rifondazione della scuola stessa. La Sica osserva poi che da più parti si auspica la necessità di un sistema educativo più severo, e chiede poi la ricetta per combattere il nichilismo giovanile. Pietropolli Charmet risponde che la motivazione allo studio si recupera con l'aumento della competenza e della capacità educativa della scuola.
Purtroppo la demonizzazione del voto (i giudizi scolastici si sono involuti in una forma astrusa di comunicazione, dove si dice e non si dice, si afferma e si nega, si disperdono in mille rivoli di analiticità; basterebbe leggere i giudizi - fortunatamente aboliti - sulle schede della scuola media per rendersi conto di quello che sto affermando) ha determinato un'unica certezza: quella che si è comunque sempre promossi, che ci si impegni o no, che si faccia il proprio dovere o no.
Perché da anni si boccia solo in casi estremi e si continuano a promuovere alunni che non hanno raggiunto, per dirla in termini ministeriali, né traguardi né competenze. Non si interviene con alunni i cui comportamenti nuocciono al vivere comunitario proprio della scuola, quali i sistematici ritardi e le inadempienze continue. Una volta garantita la trasparenza delle operazioni, la valutazione può richiedere chiarimenti ma non essere sempre ritenuta lesiva dell'autostima dello studente. E' vero che talvolta è necessario individuare le cause delle difficoltà scolastiche, non sempre evidenti; alla scuola superiore talvolta si risolve con un reorientamento verso un corso di studi più idoneo, mentre alla scuola media la situazione è più complessa. Si deve garantire il recupero. Ma su cosa? Se accettiamo il discorso dei prerequisiti, chiediamo che si possa partire da un livello minimo di competenze. Deve un docente di scuola media dover insegnare la tecnica delle operazioni, le tabelline, la geometria elementare? Se lo fa, non farà le potenze, Pitagora e l'algebra. Si limiterà a una riedizione della scuola elementare. Può andare benissimo anche così, ma alla fine del triennio possiamo attribuire un diploma di licenza media? Ammettiamo poi di aver lavorato sulla motivazione, indagato con gli psicologi le difficoltà, aver affrontato con coscienza tutti gli aspetti che concorrono all'insuccesso scolastico. Cosa si può fare di più se dall'altra parte è carente l'impegno, se le indicazioni non vengono raccolte, se le famiglie nascondono e giustificano invece di spronare alla serietà?
Concordo pienamente, invece, con la necessità di un aumento della competenza e della capacità educativa della scuola. Competenza vuol dire una buona preparazione accademica coniugata con capacità comunicative che sappiano utilizzare tutti i linguaggi, da quello tradizionale a quello multimediale. Capacità educativa vuol dire educazione emotiva, relazione, dialogo. Resta la difficoltà di misurare questi aspetti e la necessità di superare l'individualità spesso esasperata dei singoli docenti e di traghettarla verso la condivisione ed il lavoro di equipe.
Purtroppo la demonizzazione del voto (i giudizi scolastici si sono involuti in una forma astrusa di comunicazione, dove si dice e non si dice, si afferma e si nega, si disperdono in mille rivoli di analiticità; basterebbe leggere i giudizi - fortunatamente aboliti - sulle schede della scuola media per rendersi conto di quello che sto affermando) ha determinato un'unica certezza: quella che si è comunque sempre promossi, che ci si impegni o no, che si faccia il proprio dovere o no.
Perché da anni si boccia solo in casi estremi e si continuano a promuovere alunni che non hanno raggiunto, per dirla in termini ministeriali, né traguardi né competenze. Non si interviene con alunni i cui comportamenti nuocciono al vivere comunitario proprio della scuola, quali i sistematici ritardi e le inadempienze continue. Una volta garantita la trasparenza delle operazioni, la valutazione può richiedere chiarimenti ma non essere sempre ritenuta lesiva dell'autostima dello studente. E' vero che talvolta è necessario individuare le cause delle difficoltà scolastiche, non sempre evidenti; alla scuola superiore talvolta si risolve con un reorientamento verso un corso di studi più idoneo, mentre alla scuola media la situazione è più complessa. Si deve garantire il recupero. Ma su cosa? Se accettiamo il discorso dei prerequisiti, chiediamo che si possa partire da un livello minimo di competenze. Deve un docente di scuola media dover insegnare la tecnica delle operazioni, le tabelline, la geometria elementare? Se lo fa, non farà le potenze, Pitagora e l'algebra. Si limiterà a una riedizione della scuola elementare. Può andare benissimo anche così, ma alla fine del triennio possiamo attribuire un diploma di licenza media? Ammettiamo poi di aver lavorato sulla motivazione, indagato con gli psicologi le difficoltà, aver affrontato con coscienza tutti gli aspetti che concorrono all'insuccesso scolastico. Cosa si può fare di più se dall'altra parte è carente l'impegno, se le indicazioni non vengono raccolte, se le famiglie nascondono e giustificano invece di spronare alla serietà?
Concordo pienamente, invece, con la necessità di un aumento della competenza e della capacità educativa della scuola. Competenza vuol dire una buona preparazione accademica coniugata con capacità comunicative che sappiano utilizzare tutti i linguaggi, da quello tradizionale a quello multimediale. Capacità educativa vuol dire educazione emotiva, relazione, dialogo. Resta la difficoltà di misurare questi aspetti e la necessità di superare l'individualità spesso esasperata dei singoli docenti e di traghettarla verso la condivisione ed il lavoro di equipe.
domenica 2 novembre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
L'Onda dei blog
Mentre le manifestazioni bloccano le città, sul blog di Zambardino si parla di una nuova scena digitale: quella dei blog come nuova forma di comunicazione che gli studenti antigelmini hanno adottato. Non mi interessano tanto i commenti - ho letto i primi cinque e francamente mi sembrano off-topic - quanto questo passo:
Com’è potuto succedere? Semplice, gli insegnanti hanno avuto i propri studenti come istruttori. E’ del tutto evidente, anche in un giro semplice e superficiale dei siti del movimento, che molti blog che preesistevano come pagine personali, sono diventati organi di scuole o facoltà occupate. Ed è altrettanto evidente che l’abbonamento a Splinder piuttosto che a Kataweb, a Wordpress o a Libero ha funzionato come porta d’ingresso di un’altra leva di alfabetizzazione digitale dei colti.
Ritengo che questa considerazione sottolinei un dato di fatto: l'estraneità di molti docenti alle nuove tecnologie di comunicazione. Se è vero quello che scrive Zambardino, forse siamo a una svolta. A un blog ci si registra gratuitamente. Si possono condividere file, lezioni, informazioni. Funziona come archivio delle attività svolte, è un fatto sociale rilevante in una classe, consente ai genitori di vedere da vicino quel che si fa a scuola, mette la scuola in contatto con il resto del mondo. Ma, per l'esperienza che ho io, molti docenti non conoscono, quando non rifiutano, le nuove tecnologie. I corsi di formazione si fanno, ma poi chi controlla che le tecnologie entrino diffusamente nella pratica didattica, chi controlla la qualità dei progetti, i risultati raggiunti?
Il ministero - in data 2.10.2008 - aveva comunicato le iniziative per informatizzare e modernizzare la scuola (con le LIM e il progetto InnovaScuola, 20 milioni di euro). Dice tra l'altro: Verrà potenziata la dotazione informatica delle scuole. Lavagne digitali, pc portatili e fondi per acquisire contenuti digitali verranno dati, a partire dal mese di dicembre 2008, a 1.180 scuole (il 10% degli istituti scolastici principali). Nel mese di dicembre 2009 il progetto verrà attivato in 4.180 scuole (il 40% degli istituti scolastici principali). Le scuole potranno così sviluppare contenuti didattici digitali, fruirne in rete e utilizzare strumenti di collaborazione come blog, wiki e videoconferenze.
Io dico che a 20.000.000 (in euro) di LIM preferisco 20.000.000 di blog. Dateci i computer, e la scuola la facciamo noi.
Com’è potuto succedere? Semplice, gli insegnanti hanno avuto i propri studenti come istruttori. E’ del tutto evidente, anche in un giro semplice e superficiale dei siti del movimento, che molti blog che preesistevano come pagine personali, sono diventati organi di scuole o facoltà occupate. Ed è altrettanto evidente che l’abbonamento a Splinder piuttosto che a Kataweb, a Wordpress o a Libero ha funzionato come porta d’ingresso di un’altra leva di alfabetizzazione digitale dei colti.
Ritengo che questa considerazione sottolinei un dato di fatto: l'estraneità di molti docenti alle nuove tecnologie di comunicazione. Se è vero quello che scrive Zambardino, forse siamo a una svolta. A un blog ci si registra gratuitamente. Si possono condividere file, lezioni, informazioni. Funziona come archivio delle attività svolte, è un fatto sociale rilevante in una classe, consente ai genitori di vedere da vicino quel che si fa a scuola, mette la scuola in contatto con il resto del mondo. Ma, per l'esperienza che ho io, molti docenti non conoscono, quando non rifiutano, le nuove tecnologie. I corsi di formazione si fanno, ma poi chi controlla che le tecnologie entrino diffusamente nella pratica didattica, chi controlla la qualità dei progetti, i risultati raggiunti?
Il ministero - in data 2.10.2008 - aveva comunicato le iniziative per informatizzare e modernizzare la scuola (con le LIM e il progetto InnovaScuola, 20 milioni di euro). Dice tra l'altro: Verrà potenziata la dotazione informatica delle scuole. Lavagne digitali, pc portatili e fondi per acquisire contenuti digitali verranno dati, a partire dal mese di dicembre 2008, a 1.180 scuole (il 10% degli istituti scolastici principali). Nel mese di dicembre 2009 il progetto verrà attivato in 4.180 scuole (il 40% degli istituti scolastici principali). Le scuole potranno così sviluppare contenuti didattici digitali, fruirne in rete e utilizzare strumenti di collaborazione come blog, wiki e videoconferenze.
Io dico che a 20.000.000 (in euro) di LIM preferisco 20.000.000 di blog. Dateci i computer, e la scuola la facciamo noi.
domenica 26 ottobre 2008
Entre les murs
Ho visto La classe di Laurent Cantet, Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. Il film, tratto dall'omonimo libro del professor François Bégaudeau che è anche sceneggiatore e protagonista, mi è piaciuto. La vicenda è nota. Siamo nel ventesimo arrondissement di Parigi, i ragazzi si chiamano Souleymane, Esméralda, Wei, e sono magrebini, antillani, cinesi di recente o più datata immigrazione. Alle barriere culturali e linguistiche si somma il gap generazionale (splendida la figura della madre di Souleymane con i suoi abiti e la sua lingua tribali), l’incomunicabilità tra chi usa un francese gergale e chi insegna quello di Rimbaud. Scelta non casuale, credo. Rimbaud, adolescente ribelle, rivoluzionario, meteora fulgente della poesia ma lontano, lontanissimo da questi adolescenti del 2000 che hanno solo il look, il rap, il piercing e il tatuaggio per rivendicare la propria identità, per dissociarsi dal mondo degli adulti. Ragazzi che vanno incontro al Consiglio di disciplina che decide della loro permanenza o della loro espulsione, che però sanno anche stupire il prof raccontandogli di aver letto Platone.
Dall’altra parte, gli insegnanti. Alcuni sclerano, esausti. Altri scelgono l’intransigenza. Altri ancora, come il professor Marin, tentano la strada del dialogo: emblematico il lavoro dell’autoritratto che fa comporre ai suoi studenti. Gli spazi in cui si svolge la vicenda sono un'aula piuttosto claustrofobica, la sala professori che s'intravvede appena, il cortile dove i ragazzi giocano, anch'esso chiuso, separato da una città che non si vede mai, a simboleggiare una scuola isolata dal resto del mondo, una sorta di realtà separata nella quale un elaborato sistema di norme cerca di regolare rigidamente la complessità sfuggente dell'utenza. Nel film si sottolinea come l’intolleranza razziale non si manifesti necessariamente tra francesi doc e immigrati, tra cattolici e musulmani, ma che tra immigrati stessi, tra i neri del Mali e quelli antillani. Una realtà, quella francese, sicuramente differente dalla nostra. Ma gli spunti di riflessione sono moltissimi. Da vedere.
Dall’altra parte, gli insegnanti. Alcuni sclerano, esausti. Altri scelgono l’intransigenza. Altri ancora, come il professor Marin, tentano la strada del dialogo: emblematico il lavoro dell’autoritratto che fa comporre ai suoi studenti. Gli spazi in cui si svolge la vicenda sono un'aula piuttosto claustrofobica, la sala professori che s'intravvede appena, il cortile dove i ragazzi giocano, anch'esso chiuso, separato da una città che non si vede mai, a simboleggiare una scuola isolata dal resto del mondo, una sorta di realtà separata nella quale un elaborato sistema di norme cerca di regolare rigidamente la complessità sfuggente dell'utenza. Nel film si sottolinea come l’intolleranza razziale non si manifesti necessariamente tra francesi doc e immigrati, tra cattolici e musulmani, ma che tra immigrati stessi, tra i neri del Mali e quelli antillani. Una realtà, quella francese, sicuramente differente dalla nostra. Ma gli spunti di riflessione sono moltissimi. Da vedere.
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